Locandina Gaia On The Beach

Gaia on the beach di Sabrina Tellico e Alessandra Guglielmino, regia di Elio Gimbo.

“I primi bagni, le feste i giochi, i gavettoni, i mitici gelati degli anni 90: il piedone, il blob, la coppetta alla panna con la stella di cioccolato.. Tutti noi abbiamo nel cuore un periodo che individuiamo come il più bello della nostra vita. Il tempo passa, le cose cambiano, si cresce… ma quei ricordi resteranno indelebili nella nostra memoria, per sempre.” Così scrive Sabrina in un post del 1 giugno 2026 nella sua pagina Facebook personale.

Sabrina aveva un’urgenza personale di rivivere sulla scena un periodo importante della sua vita e nella sua scrittura drammatica, con l’aiuto della sapiente regia di Elio Gimbo, rievoca l’atmosfera di quegli anni. Di fatto Gaia on the beach è una rivisitazione poetica e sensoriale delle vacanze a mare (nello specifico, in Sicilia orientale, negli anni ‘90). Attraverso una narrazione che fonde memoria collettiva e ricordi personali, lo spettacolo mette in scena il rito dell’estate: dalle prime ore del mattino sotto l’ombrellone ai balli lenti nelle rotonde sul mare, dai giochi d’acqua alle malinconie di fine agosto.

Nello svolgimento dello spettacolo ha un ruolo centrale la proiezione di spezzoni originali dei “filmini” girati dal padre, da Sabrina e dai suoi amici, non solo come “colore” dello spirito del tempo, ma anche come testimonianza della nascita della vocazione artistica di Sabrina, diventata oggi la bravissima attrice che conosciamo.

Per avere un’idea più chiara dello spettacolo è fondamentale la testimonianza del regista Elio Gimbo: “Gaia on the beach è una confessione in pubblico resa da un’attrice – Sabrina Tellico – che rievoca assieme alle proprie radici familiari le radici del proprio mestiere teatrale, della propria vocazione. Volendo trovare una spiegazione sociologica a questo spettacolo dovrei tirare in ballo i motivi che hanno accompagnato la scelta artistica di coloro che sono cresciuti negli anni ’90; il cambiamento degli stimoli creativi a loro disposizione, le possibilità offerte loro dalla tecnologia “home video”, hanno stimolato in questi meno ansia palingenetica da “cambiamento del mondo” e maggiore attenzione alle sollecitazioni del proprio ego. Nonostante il nostro scetticismo e le nostre preoccupazioni di allora, le generazioni cresciute negli anni di grande pervasività della televisione commerciale hanno sviluppato certamente, col passare del tempo, un’ansia performativa che negli anni ’70 non esisteva ancora ma hanno anche saputo dare vita ad una sorta di “neo-rinascimento” in cui le pratiche artistiche erano frutto di maggiore consapevolezza e maggiore libertà. Ed è questa libertà, pressoché sconosciuta alla mia generazione, che consente a Sabrina di mettere a disposizione dello spettatore, in questa “confessione in pubblico”, un’impietosa analisi di uno dei passaggi cruciali nell’esistenza di ognuno di noi. Il suo racconto della nascita di una vocazione artistica diventa allora il racconto di una dolorosa fine dell’infanzia, di come la perdita dell’innocenza coincida con il momento terribile in cui da bambini scopriamo la morte. Per diversi anni Sabrina mi ha proposto invano di lavorare a questo spettacolo ma le differenze generazionali me lo avevano fin qui impedito, adesso invece le sono grato per la maniera in cui il suo racconto ci commuove.”