“In questa umanità centrale e centralizzata, effetto e strumento di complesse relazioni di potere, corpi e forze assoggettate da dispositivi di carcerazione multipli, oggetti per discorsi che sono a loro volta elementi di una strategia, bisogna discernere il rumore sordo e prolungato della battaglia.”
Michel Foucault, Sorvegliare e punire
Questa citazione del noto filosofo francese fa da epigrafe alla Nota di scena scritta da Elio Gimbo in occasione della messa in scena. “Kafka – prosegue il regista – sperimentò sulla propria pelle come il “dispotismo dei padri” della sua generazione altro non fosse che la riproduzione del dispotismo dello Stato, dell’esercito, della fabbrica, della religione, ne ricavò quanto coloro che detengono un Potere di qualsiasi natura tendano nevroticamente ad organizzare la realtà dominata in un universo concentrazionario a cui nessuna vittima deve sfuggire. Il male del mondo per Kafka si chiama “principio di autorità”, e non c’è pensiero, credenza, condizione che possa credibilmente riscattarlo, perché esso fonda il proprio potere sulla capacità di erodere dall’interno la resistenza delle numerose vittime grazie al suo principale alleato, il “senso di colpa”.”
Questo universo concentrazionario è stato rappresentato dal particolare allestimento scenico nell’angusta Sala Di Martino: gli spettatori sono disposti ai due lati, dotati di una rete per cantiere, di una pedana lungo la quale si muovono gli attori, alcuni dei quali con addosso le uniformi a righe dei reclusi.