Nella primavera del 2023, si ritorna a trattare un autore a noi caro, James Joyce, ma dal punto di vista della sfortunata figlia Lucia, la cui vicenda personale è stata recentemente raccontata da alcuni autori (tra gli Italiani possiamo menzionare Lucilla Micacchi, Silvia Ballestra, Luigi Guarnieri).
Un estratto dal foglio di sala, a cura di Elio Gimbo:
Nel testo scolpito nel marmo della lapide posta sulla tomba della famiglia Joyce, presso il cimitero Friedhof Fluntern di Zurigo, manca all’appello la figlia minore di James: Lucia Joyce. Dov’è Lucia? Come mai non fu sepolta anch’essa nella tomba di famiglia?
Eppure qui riposa addirittura la seconda moglie del fratello Giorgio, invece Lucia ne è stata esclusa. Perché?
Ma questo è solo l’epilogo, soltanto uno degli elementi che rendono esemplare l’intera vita di Lucia Joyce; nata a Trieste la mattina del 26 luglio 1907 da Nora Barnacle la quale si vergognava “di averla partorita praticamente in mezzo a una strada con indosso un soprabito da uomo che mi faceva somigliare ad un mucchio di stracci”, Lucia morì il 12 dicembre 1982 presso l’ospedale psichiatrico St. Andrews a Northampton, Inghilterra.
La sua passione per la danza, che praticò durante la prima giovinezza, le consentì di diventare precocemente una promessa della danza moderna; l’innamoramento non corrisposto per Samuel Beckett, più interessato al padre James che a lei, le procurò una prima incrinatura nell’equilibrio psichico.
Nel 1932, nel pieno di una crisi, Lucia spaccò una sedia in testa a Nora; a quel punto Giorgio prese l’iniziativa ricoverandola in una clinica psichiatrica. Da allora e per tutta la vita la ragazza entrò ed uscì da innumerevoli strutture analoghe collezionando diagnosi discordanti e subendo terapie inutili.
Per un periodo significativo fu anche presa in cura da Carl Gustav Jung, non esattamente un estimatore di James Joyce, quel suo buffo padre con il collo da giraffa, possessore di un’incredibile serie di cravatte, terrorizzato dai temporali, che passava i pomeriggi nei caffè a bere vino bianco, quel padre che come un ragno aveva avvolto la letteratura europea nella sua ragnatela d’oro.
Questa fu la conclusione di Jung: “I manicomi sono pieni di ragazze troppo legate ai padri, se non innamorate di loro, bisogna a tutti i costi strapparti dall’orbita di tuo padre al quale sei unita da una relazione inestricabile di sessualità repressa e consonanza artistica. Tuo padre sfrutta l’oscurità della tua mente per il suo lavoro creativo”.
In nome del padre prende il via da un’immagine creata dal regista: intenta a graffiare il proprio nome sulla tomba di famiglia alla disperata ricerca del proprio posto, Lucia incontra i fantasmi dei propri ingombranti genitori. Tra il sogno e l’allucinazione psichica il trio rivivrà la vita in comune che gli appartenne, danzando tra le perle dei sogni di gloria realizzati e i cocci dei sogni privati infranti.